Spazionif - Galleria per Immagini Articolo 21 Jacopo Settanni

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Lettera inviata al Presidente della Giunta regionale della Sardegna Francesco Pigliaru.Caro Presidente,apprendiamo da notizie di stampa, non smentite, che sarebbe opinione dell'assessore dei lavori pubblici promuovere l'ingresso di capitali privati nella compagine sociale di Abbanoa.Naturalmente con la precisazione della volontà di cedere solo una piccola parte delle quote azionarie della società deputata alla gestione del sistema idrico e fognario della Sardegna.Sta di fatto che questo genere di operazioni, cioè l'avvio della privatizzazione dell'acqua, non sta nei programmi sui quali si è costituita la coalizione di centrosinistra, sovranista e indipendentista.Non ci risulta che le forze politiche facenti parte della coalizione, siano state interpellate affinché potessero pronunciarsi su una questione così delicata.E se fosse in ipotesi tale decisione, che non ci ha visto coinvolti, non sarebbe dai nostri partiti in alcun modo condivisa o condivisibile. Non potremo mai accettare di mettere in discussione il governo pubblico dell'acqua, bene comune del Popolo Sardo.In ogni caso riteniamo sia assolutamente da evitare il rischio che una operazione di alienazione di quote di capitale sociale di Abbanoa avvenga con procedura che potrebbe anche sfuggire al controllo dell'organo collegiale della giunta.Le chiediamo ogni più fermo e urgente intervento al fine di garantire che nessuna operazione di cessione di quote azionarie di un bene comune come l'acqua possa realizzarsi.Le chiediamo inoltre di garantire che nessuno possa ritenere di poter operare sciolto da qualsiasi vincolo di coalizione e di solidarietà di maggioranza.Specialmente in materia che potrebbe, ove si fosse proceduto o si procedesse, mettere in discussione la base della coalizione che ci vede leali partecipi. CordialitàSegretario ROSSOMORI Marco PauPresidente IRS Gavino SaleSegretario SEL Luca PizzutoSegretario UPC Antonio SattaSegretario PSI Gianfranco LeccaCagliari 19/01/2016
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Che cos’è il TTIP? Il TTIP è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico, ossia con l’intento dichiarato di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano.L’idea sembrerebbe buona. Perché qualcuno lo definisce “pericoloso”?Condividiamo la definizione perché, in realtà questo trattato, che viene negoziato in segreto tra Commissione UE e Governo USA, vuole costruire un blocco geopolitico offensivo nei confronti di Paesi emergenti come Cina, India e Brasile creando un mercato interno tra noi e gli Stati Uniti le cui regole, caratteristiche e priorità non verranno più determinate dai nostri Governi e sistemi democratici, ma modellate da organismi tecnici sovranazionali sulle esigenze dei grandi gruppi transnazionali.I soliti “tecnici” che “rubano” il potere alla politica. Infatti. Il Trattato prevede l’introduzione di due organismi tecnici potenzialmente molto potenti e fuori da ogni controllo da parte degli Stati e quindi dei cittadini. Il primo, un meccanismo di protezione degli investimenti (Investor-State Dispute Settlement – ISDS), consentirebbe alle imprese italiane o USA di citare gli opposti governi qualora democraticamente introducessero normative, anche importanti per i propri cittadini, che ledessero i loro interessi passati, presenti e futuri.Le aziende citerebbero gli Stati in tribunale. Non solo; le vertenze non verrebbero giudicate da tribunali ordinari che ragionano in virtù di tutta la normativa vigente, come è già possibile oggi, ma da un consesso riservato di avvocati commerciali superspecializzati che giudicherebbero solo sulla base del trattato stesso se uno Stato – magari introducendo una regola a salvaguardia del clima, o della salute – sta creando un danno a un’impresa. Se venisse trovato colpevole, quello stato o comune, o regione, potrebbe essere costretto a ritirare il provvedimento o ad indennizzare l’impresa. Pensiamo ad un caso come quello dell’Ilva a Taranto, o della diossina a Seveso, e l’ingiustizia è servita.Una giustizia “privatizzata”, insomma. Non è l’unica questione. Un altro organismo di cui viene prevista l’introduzione è il Regulatory Cooperation Council: un organo dove esperti nominati della Commissione UE e del ministero USA competente valuterebbero l’impatto commerciale di ogni marchio, regola, etichetta, ma anche contratto di lavoro o standard di sicurezza operativi a livello nazionale, federale o europeo. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi/benefici di ogni misura e il livello di conciliazione e uniformità tra USA e UE da raggiungere, e quindi la loro effettiva introduzione o mantenimento. Un’assurdità antidemocratica che va bloccata, a mio avviso, il prima possibile.Per chi è allora vantaggioso il TTIP? Il ministero per lo Sviluppo economico ha commissionato a Prometeia s.p.a. una prima valutazione d’impatto mirata all’Italia, alla base di molte notizie di stampa e interrogazioni parlamentari. Scorrendo dati e previsioni apprendiamo che i primi benefici delle liberalizzazioni si manifesterebbero nell’arco di tre anni dall’entrata in vigore dell’accordo: il 2018, al più presto. Il TTIP porterebbe, entro i tre anni considerati, da un guadagno pari a zero in uno scenario cauto, ad uno +0,5% di PIL in uno scenario ottimistico: 5,6 miliardi di euro e 30mila posti di lavoro grazie a un +5% dell’export per il sistema moda, la meccanica per trasporti, un po’ meno da cibi e bevande e da uno scarso +2% per prodotti petroliferi, prodotti per costruzioni, beni di consumo e agricoltura. L’Organizzazione mondiale del Commercio ci dice che le imprese italiane che esportano sono oltre 210mila, ma è la top ten che si porta a casa il 72% delle esportazioni nazionali (ICE – Sintesi Rapporto 2012-2013: “L’Italia nell’economia internazionale”). Secondo l’ICE, in tutto nel 2012 le esportazioni di beni e servizi dell’Italia sono cresciute in volume del 2,3%, leggermente al di sotto del commercio mondiale. La loro incidenza sul PIL ha sfiorato il 30% in virtù dell’austerity e della crisi dei consumi che hanno depresso il prodotto interno. L’Italia è dunque riuscita a rosicchiare spazi di mercato internazionale contenendo i propri prezzi, senza generare domanda interna né nuova occupazione. Quindi prima di chiudere i conti potremmo trovarci invasi da prodotti USA a prezzi stracciati che porterebbero danni all’economia diffusa, e soprattutto all’occupazione, molto più ingenti di questi presunti guadagni per i soliti noti. Danni potenziali che né la ricerca condotta da Prometeia né il nostro Governo al momento hanno quantificato o tenuto in considerazione.È vero che, nonostante l’enorme importanza della questione, il Parlamento europeo non abbia accesso a tutte le informazioni sul modo in cui si svolgono gli incontri e sullo stato di avanzamento delle trattative? Il Parlamento europeo, dopo aver votato nel 2013 il mandato a negoziare esclusivo alla Commissione – come richiede il Trattato di Lisbona – potrà soltanto porre dei quesiti circostanziati, cui la Commissione può rispondere ma nel rispetto della riservatezza obbligatoria in tutti i negoziati commerciali bilaterali, sempre secondo il Trattato, e poi avrà diritto di voto finale “prendi o lascia”, quando il negoziato sarà completato. Nel frattempo non ha diritto né di accesso né di intervento sul testo. I Governi stessi dell’Unione, se vorranno avere visione delle proposte USA, dovranno – a quanto sembra al momento – accedere a sale di sola lettura approntate nelle ambasciate USA (non si capisce se in quelle di tutti gli Stati UE o solo a Bruxelles, e non potranno nemmeno prendere appunti o farne copia. Un assurdo, considerata la tecnicità e complessità dei testi negoziali.Quali effetti potrà produrre l’accordo se verrà approvato nella sua forma attuale? Tutti i settori di produzione e consumo come cibo, farmaci, energia, chimica, ma anche i nostri diritti connessi all’accesso a servizi essenziali di alto valore commerciale come la scuola, la sanità, l’acqua, previdenza e pensioni, sarebbero tutti esposti a ulteriori privatizzazioni e alla potenziale acquisizione da parte delle imprese e dei gruppi economico-finanziari più attrezzati, e dunque più competitivi. Senza pensare che misure protettive, come i contratti di lavoro, misure di salvaguardia o protezione sociale o ambientale, potrebbero essere spazzati via a patto di affidarsi allo studio legale giusto e ben accreditato.Il TTIP produrrà dei rischi per i cittadini? Tom Jenkins della Confederazione sindacale europea (ETUC), nell’incontro con la Commissione del 14 gennaio scorso, ha ricordato che gli Stati Uniti non hanno ratificato diverse convenzioni e impegni internazionali ILO e ONU in materia di diritti del lavoro, diritti umani e ambiente. Questo rende, ad esempio, il loro costo del lavoro più basso e il comportamento delle imprese nazionali più disinvolto e competitivo, in termini puramente economici, anche se più irresponsabile. A sorvegliare gli impatti ambientali e sociali del TTIP, ha rassicurato la Commissione, come nei più recenti accordi di liberalizzazione siglati dall’UE, ci sarà un apposito capitolo dedicato allo Sviluppo sostenibile che metterà in piedi un meccanismo di monitoraggio specifico, partecipato da sindacati e società civile d’ambo le regioni.È il primo caso del genere? O c’è qualche “antenato”?Un meccanismo simile è entrato in vigore da meno di un anno tra UE e Korea, con la quale l’Europa ha sottoscritto un trattato di liberalizzazione commerciale molto simile anche strutturalmente al TTIP, facendo finta di non ricordare che come gli USA la Korea si è sottratta a gran parte delle convenzioni ILO e ONU. Imprese, sindacati e ONG che fanno parte dell’analogo organo creato per monitorare la sostenibilità sociale e ambientale del trattato UE-Korea, hanno protestato con la Commissione affinché avvii una procedura di infrazione contro la Korea per comportamento antisindacale, e ancora aspettano una risposta (http://goo.gl/82OLmh). Perché dovremmo pensare che gli USA, molto più potenti e contrattualmente forti si dovrebbero piegare alle nostre esigenze, considerando che sono tra i pochi Paesi che non si sono mai piegati a impegni obbligatori a salvaguardia della salute, o dell’ambiente come il Protocollo di Kyoto appena archiviato anche grazie alla loro ferma opposizione?Il TTIP può produrre danni per la salute? Faccio un solo esempio, basato sulla storia. Nel 1988 l’UE ha vietato l’importazione di carni bovine trattate con certi ormoni della crescita cancerogeni. Per questo è stata obbligata a pagare a USA e Canada dal Tribunale delle dispute dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) oltre 250 milioni di dollari l’anno di sanzioni commerciali nonostante le evidenze scientifiche e le tante vittime. Solo nel 2013 la ritorsione è finita quando l’Europa si è impegnata ad acquistare dai due concorrenti carne di alta qualità fino a 48.200 tonnellate l’anno, alla faccia del libero commercio. Sarà una coincidenza, ma in un documento congiunto dell’ottobre 2012 BusinessEurope e US Chamber of Commerce, le due più potenti lobby d’impresa delle due sponde dell’oceano, avevano chiesto ai propri Governi proprio di avviare una “cooperazione sui meccanismi di regolazione”, che consentisse alle imprese di contribuire alla loro stessa stesura (http://goo.gl/HlqhTc).Esistono alternative al TTIP? A cosa potrebbero aspirare i cittadini del mondo afflitti dall’attuale crisi economica? Da molti anni non solo movimenti, associazioni, reti sindacali ma anche istituzioni internazionali come FAO e UNCTAD, le agenzie ONU che lavorano su Agricoltura, Commercio e Sviluppo, richiamano l’attenzione sul fatto che rafforzare i mercati locali, con programmazioni territoriali regionali e locali più attente basate su quanto ci resta delle risorse essenziali alla vita e quanti bisogni essenziali dobbiamo soddisfare per far vivere dignitosamente più abitanti della terra possibili, potrebbe aiutarci ad uscire dalla crisi economica, ambientale, ma soprattutto sociale che stiamo vivendo, prevedibilmente, da tanti anni. Stiamo facendo finta di niente, continuando a percorrere strade, come quella della iperliberalizzazione forzata stile TTIP, che fanno male non solo al pianeta e alle comunità umane, ma allo stesso commercio che è in contrazione dal 2009 e non si sta più espandendo. Da quando la piena occupazione europea e statunitense, che con redditi veri e capienti sosteneva produzione e consumi globali, sono diventate un miraggio, anche la crescita dei popolatissimi Paesi emergenti, che hanno fatto la propria fortuna grazie alla commercializzazione del loro capitale ambientale e umano a prezzi stracciati e ad alti costi ambientali e sociali, non è riuscita più a sostenere il paradigma della crescita infinita che si è rivelato per quello che era: falso e insensato. I poveri, che crescono a vista d’occhio e devono lavorare oltre le 10 ore al giorno per un pugno di spiccioli, consumano prodotti poveri e sempre meno; i ricchi, che sono sempre più ricchi ma anche sempre meno, consumano tanto e malissimo, e non creano benessere diffuso. Abbiamo la grande opportunità di voltare pagina, e di tentare di dare a questo pianeta ancora un po’ di futuro, rimettendo al centro della politica i beni comuni e i diritti. Col TTIP, al contrario, ci chiuderemo le poche finestre di possibilità ancora aperte. Con la Campagna Stop TTIP, che raccoglie solo in Italia oltre 60 tra associazioni, sindacati, enti pubblici, cittadini e comunità, vogliamo fermare questa deriva e diffondere tutte le alternative possibili e più efficaci delle vecchie ricette fallimentari che continuiamo a subire.monicadisistoIntervista a Monica Di Sisto, giornalista, è vicepresidente dell’Associazione Fairwatch, che si occupa di commercio internazionale e di clima da oltre 10 anni. Insegna Modelli di sviluppo economico alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Con Fairwatch è tra i promotori della campagna nazionale Stop TTIP. Per maggiori informazioni sul TTIP leggi l'intervista qui http://stop-ttip-italia.net/cose-il-ttip/ oppure vedi il video qua https://www.youtube.com/watch?v=KLx2YdlIsDc e per approfondire cos'è l' ISDS qua https://www.youtube.com/watch?v=fsNJvDAEG60 qua i documenti ufficiali (in inglese) resi noti pochi mesi fa http://trade.ec.europa.eu/doclib/press/index.cfm?id=1230
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Una Galleria d'Arte comunale: ecco l'idea nuova ed innovativa che la Giunta vuole realizzare nel centro polifunzionale di via Roma, stravolgendo quindi le finalità per le quali questa struttura è stata a suo tempo concepita.Eppure, esattamente un anno fa, durante un dibattito pubblico tenutosi presso la Biblioteca Satta intitolato "Ischida!", i giovani nuoresi hanno chiesto spazi dove potersi incontrare, riunirsi, sperimentare e conoscere, possibilmente a costi irrisori o nulli, richiesta a tutti gli effetti ribadita nella riunione in Comune assieme ai Comitati di Quartiere nel giugno scorso. Nonostante le assicurazioni e le promesse dei membri della Giunta comunale le istanze dei nuoresi sono rimaste inascoltate, avendo l’amministrazione preferito realizzare l'ennesima Galleria d'Arte nel centro di Nuoro, sovrapponendosi all’attività che altri enti, sia pubblici e privati da tempo esercitano nel settore, facendo –e questo è ancor più incomprensibile- ricorso ad un investimento spropositato in alcun modo giustificabile. La realizzazione della Galleria d’Arte comporterà, infatti, dei costi pari a circa quattrocentomila euro, la maggior parte dei quali destinati all’acquisto di arredi, allestimenti e forniture.Da un esame degli atti, apprendiamo che saranno acquistate delle panche da quasi tremila euro ciascuna, sedie da ufficio da quasi settecento euro; che più di 15 mila euro saranno spesi per la realizzazione di 30 sedili in legno per i gradoni nella piccola sala teatrale; fino all’ingresso che sarà arredato con un mobile reception da settemila euro e con un mobile portaborse dal costo di oltre tremila euro.Il sopralzo in legno del parapetto della galleria superiore costerà quasi mille euro al metro per un totale di 22 mila euro. L’allestimento espositivo, per le sole aree a ridosso dell'ingresso da via Roma, prevede l’acquisto di pannelli amovibili per un costo di trentamila euro, mentre ulteriori ventitremila euro sono previsti per l’acquisto di non meglio precisate “forniture” di cui si ignora la natura e l’utilità.Il progetto prevede anche la realizzazione di alcune opere edilizie e di manutenzione nei soli locali adiacenti l'ingresso da Via Roma della struttura ed il costo preventivato è di circa cinquantamila euro, cifra che incide quindi solo in minima parte sull’ammontare complessivo del progetto, nonostante l’intera struttura necessiti di ulteriori interventi ed opere che avrebbero dovuto indurre l’Amministrazione a destinare in modo diverso le somme che si intendono utilizzare in concreto. Ci si chiede, altresì, quali siano le ragioni che hanno indotto la Giunta comunale ad investire un importo così rilevante quando risulta che la suddetta struttura dovrebbe essere a breve concessa in gestione ad associazioni o privati che ne cureranno in futuro l’utilizzo; quali le ragioni che abbiano giustificato l’acquisto dei nuovi allestimenti, i quali fra altro potrebbero anche essere incompatibili con l’utilizzo che il futuro gestore intenderà effettuare degli spazi che al medesimo saranno concessi. Sorge altresì il legittimo dubbio sul fatto che il futuro gestore della struttura abbia bisogno di una scrivania da ufficio dal costo di oltre duemila euro, in un periodo in cui le persone comuni non hanno spesso neppure l’essenziale che gli consenta di vivere una vita dignitosa. Un buon amministratore si sarebbe dovuto limitare ad eseguire le sole opere di manutenzione indispensabili così da poter concedere la struttura a norma lasciando al privato il compito di farsi carico del costo degli allestimenti in funzione anche dell’utilizzo della struttura. Facendo un rapido calcolo costi/benefici, e preso atto del fatto che l'attuale bando di gestione prevede che l’Amministrazione debba percepire un canone mensile di soli mille euro, ci vorranno più di trent'anni prima che il Comune possa trarre dei benefici dall'affitto della struttura di via Roma, rendendo così manifesta l’incongruità delle spese che la Giunta comunale intende sostenere nell’immediato. Un progetto –peraltro affidato ad un professionista esterno- approvato dalla Giunta senza che sia stato richiesto alcun parere né alla collettività né al Consiglio Comunale, nonostante l’entità dell’investimento che l’Amministrazione vorrebbe realizzare in concreto. Il tutto è invece avvenuto in sordina, i progetti esecutivi sono già pronti e le somme sono già a disposizione dell’Amministrazione.Idea Comune, prima di assumere qualsiasi decisione, avrebbe certamente coinvolto le associazioni culturali, i gruppi spontanei di giovani, di creativi, grafici e giovani professionisti in una progettazione partecipata circa le destinazioni degli spazi e dei relativi allestimenti, dando agli stessi la possibilità di proporre come spendere questi quattrocentomila euro in maniera proficua per la struttura e per l’itera comunità nuorese.Il coinvolgimento diretto dei cittadini, in particolar modo dei giovani, avrebbe consentito un modo nuovo di progettare uno spazio collettivo polifunzionale, di dare libero sfogo alla creatività dei tanti giovani nuoresi e soprattutto dare loro una piccola speranza e un primo buon motivo per non andare via da Nuoro.Un nuovo modo di amministrare i beni pubblici che neppure sfiora questa Giunta, vecchia e sprecona.Gruppo Consiliare IDEA COMUNE - Nuoro
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La candidata alla presidenza della giunta Francesca Barracciu spiega davanti ai giudici di aver speso trentamila euro in un arco di tempo di quasi tre anni, in benzina. Parliamoci chiaro! Ci chiediamo se la Barracciu possegga le elementari nozioni di aritmetica visto che se un pieno di benzina costa mediamente 50 euro, 2 pieni costano 100 e si percorrono 1.000 km, con mille euro se ne percorrono 10.000, con 10.000 euro 100.000, quindi con 33.000 euro 330 mila km. Insomma la Barracciu ha percorso ogni anno 110 mila km, con una media di 300 km al giorno viaggiando pure i giorni festivi. In ogni caso, anche se quei fondi fossero andati realmente in benzina, ci chiediamo con quale coraggio la signora Barracciu abbia potuto spendere denari pubblici con un stipendio altissimo e con tutte le indennità di cui gode come europarlamentare.In ogni caso noi non siamo ipocriti e non ci attacchiamo alla questione morale relativa al singolo caso, ma denunciamo a gran voce la necessità di mandare a casa tutta quella classe politica che ad oggi ha leso gravemente gli interessi della propria terra, arricchendosi alle spalle dei cittadini sardi e favorendo in tal modo la distruzione della nostra economia. Pretendiamo di poter decidere del nostro sviluppo e crediamo nel potere dell'autodeterminazione come base da cui far rinascere una nuova società sarda, consapevole, innovativa e dinamica, lontana dalle logiche di guadagno interne ai partiti!Il Fronte Indipendentista Unidu propone il taglio degli stipendi dei consiglieri regionali, presidente compreso con la seguente formula:1-4 rispetto ad un salario medio (circa € 1.200 mensili, quindi un totale di circa € 4.800 al mese) per quanto riguarda gli assessori ed il presidente.1-2 per quanto riguarda i consiglieri (circa € 2.400).con conseguente abolizione dei gettoni di presenza e della diaria;Il Fronte Indipendentista Unidu crede che la politica debba essere popolare e al servizio dei cittadini! La lotta per l’indipendenza nel nostro paese comincia dalla lotta contro la corruzione e il parassitismo dei partiti italiani e dei loro rappresentanti!Fronte Indipendentista Unidu
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Di Michele Pintore Per Piero Pretti, nugoresu doc, tutto cominciò per gioco, con le cantate serali tra amici per i vicoli dell’antico rione nuorese di Santu Predu, ad intonare alla maniera dei cori nuoresi la famosa Non potho reposare; tante volte ascoltata dalla bellissima voce di Giuseppe Tanchis, e la partecipazione al circolo parrocchiale dell’Azione Cattolica, per animare la messa la domenica nella chiesa del Rosario; ora affermato tenore lirico, calca le scene dei più prestigiosi teatri lirici nazionali e internazionali.«La colpa è del mio amico Fabrizio – ricorda scherzando Piero Pretti -, fu lui che mi convinse a fare un’audizione presso il Complesso Vocale Nuorese, la maestra Franca Floris si rese conto che la voce c’era, bisognava solo educarla. Tutto iniziò così…» Fondamentale fu poi l’incontro che Piero ebbe con il soprano Antonietta Chironi, cantante lirica, direttrice della Scuola Civica Nuorese, che da subito ne intuì le potenzialità nel registro tenorile e gli diede i primi insegnamenti. Seguirono sette anni di impegno e studio. Di supporto ci furono i master class, con la partecipazione del tenore Gianni Raimondi e del soprano Renata Scotto. A seguire poi ci fu il “salto” a Cagliari, dove approdò al Coro del Teatro lirico, che gli permise di partecipare alle prime esperienze nel mondo dell’opera e alla conoscenza di tanti cantanti professionisti. La positiva esperienza acquisita presso il Coro del Teatro lirico, portò in seguito il tenore nuorese a fare, quello che lui ora ama ricordare sorridendo come “il salto senza la rete di protezione”, ossia, lasciare il posto sicuro di corista, e tentare il tutto per tutto per mettersi in gioco, e coronare il sogno da sempre accarezzato: cantare da tenore lirico in teatro. Determinante fu poi l’incontro con il maestro di canto Gianni Mastino, che plasmò la sua voce. Il maestro Mastino, segnò da allora una svolta decisiva nella carriera del cantante nuorese. Dopo circa sei mesi di assidue lezioni, il giovane tenore pensò infatti che il momento era propizio per tentare il grande passo della sua vita. «Il maestro Mastino – ricorda Pretti - mi fece fare un’audizione con una compagnia di canto che preparava l’opera Bohème da portare in tournée per l’Europa: mi presero subito. Capii allora, che avrei potuto fare quel mestiere». Inizia così l’ascesa della carriera artistica del tenore, con le prime rappresentazioni, e in seguito i primi successi nei più prestigiosi teatri italiani. Per il Piero Pretti, ormai nuova stella della lirica italiana, la strada era ormai spianata. Il resto è storia recente. Nonostante la giovane età e la presenza da soli sei anni sui palcoscenici nazionali e internazionali, è arduo fare un elenco delle sue esibizioni in importanti teatri; a cominciare dal primo grande e vero successo, al Teatro dell’Opera di Roma, nell’Iphigenie en Aulide di Gluk, diretta dalla prestigiosa bacchetta di Riccardo Muti, passando poi per il Regio di Torino, La Fenice di Venezia, il Regio di Parma, il Verdi di Sassari e Il Teatro Grande di Brescia (sono solo alcuni), per culminare con il Teatro alla Scala di Milano, massimo tempio della lirica mondiale.Intensa anche l’attività canora all’estero, con rappresentazioni operistiche e concerti in diverse parti del mondo: Nairobi, Amsterdam, Nuova Zelanda. Nutrito è anche il repertorio di questo tenore dalla voce solida e squillante, dal buon volume e dagli acuti facili, che passa con sorprendente facilità, dal ruolo di un appassionato e focoso Duca di Mantova del Rigoletto, all’eroico Manrico del Trovatore, passando per uno spavaldo e sentimentale Alfredo in Traviata, e spaziando dal giovane Verdi di Nabucco (Ismaele) e Luisa Miller (Rodolfo), fino a opere della maturità del “Cigno di Busseto”, come Vespri siciliani (Arrigo) e Ballo in maschera (Riccardo). Il 2013 è stato un anno intenso per Piero Pretti: Rigoletto al Regio di Torino, tournée in Nuova Zelanda, nel ruolo di Pinkerton nella Madama Butterfly; altro importantissimo debutto è stato Ballo in maschera alla Scala di Milano, a seguire poi una Traviata alla Fenice di Venezia e un fantastico Trovatore in versione concerto ad Amsterdam. Ora, dopo il Teatro Regio di Torino in Duca di Mantova del Rigoletto, lo attendono alcune recite della Messa da requiem di Verdi col Teatro San Carlo di Napoli, una tournée in Giappone, a Tokio, per la Messa da requiem di Verdi e lo Stabat mater di Rossini Impegnativo sarà anche il 2014. L’anno nuovo si aprirà con una Lucia di Lammermoor alla Scala di Milano, e una probabile (da decidere secondo gli impegni) Traviata, sotto la direzione di Zubin Mehta a Tel Aviv. Un appuntamento, cui il giovane tenore nuorese tiene in modo particolare à la rappresentazione del Rigoletto (l’opera preferita del cantante in cui interpreta il ruolo del Duca di Mantova – ndr.) al Teatro dell’Opera di Vienna, per festeggiare con il “mitico” suo amico, il baritono Leo Nucci (da molti ritenuto il miglior interprete di Rigoletto attualmente presente sulle scene – ndr.) la cinquecentesima rappresentazione di Rigoletto. Ma gli impegni del giovane tenore nuorese continueranno prossimamente con ancora un Rigoletto al Teatro dell’Opera di Monaco, Traviata a Vienna, quattro recite di Vespri siciliani a Madrid, Nabucco al Festival di Orange in Francia, a settembre poi impegni con il Coven Garden di Londra con l’immancabile Rigoletto e ancora un’attesissima Lucia di Lammermoor al Petruzzelli di Bari.
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22/02/2016
21/01/2016
21/01/2016
21/01/2016
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